Da Costaripa il filo conduttore è chiaro fin dal primo calice: il rosé non è una sfumatura, ma un’identità precisa, radicata nel territorio della Valtènesi e portata avanti con coerenza da generazioni.
A raccontarlo oggi è Nicole Vezzola, che con uno sguardo contemporaneo e un linguaggio diretto riesce a trasformare la degustazione in una riflessione più ampia, concreta, sul ruolo e sul valore del rosato nel panorama attuale.

“Il rosé non è un colore”
La frase arriva quasi subito, senza preamboli: “Il rosé non è un colore. È un vino. E soprattutto è un vino di territorio.”, non è una dichiarazione costruita, è una presa di posizione.
Nel suo modo di raccontare c’è qualcosa di estremamente chiaro: il rosé, per Costaripa, non è mai stato un compromesso, è casa.
La Valtènesi vive di rosé da fine Ottocento e la cantina, dal 1928, ha costruito su questa identità un percorso coerente e radicale. Qui non si parla semplicemente di vino rosato, ma di viticoltura dedicata, di un territorio che esiste per esprimere questo stile.

Il problema non è il vino. È la mentalità.
Nicole non cerca scorciatoie: Il punto centrale del suo discorso non è tecnico, ma culturale.
Il rosé, ancora oggi, viene percepito come qualcosa di leggero, stagionale, quasi accessorio. Un vino da bere “quando non si sa cosa scegliere”.
E invece il messaggio è un altro: il valore del vino è il tempo, un concetto semplice, ma potente.
Se un vino può evolvere, può invecchiare, può cambiare nel tempo, allora cambia automaticamente anche la sua posizione nella mente del consumatore, ed è qui che Costaripa gioca la sua partita.

RosaMara 2025: precisione e immediatezza
Il primo calice è quello che introduce il linguaggio della casa.
Il RosaMara 2025 è un rosé che non ha bisogno di forzature. È diretto, leggibile, ma mai semplice.
Al naso si muove su note di pesca di vigna, piccoli frutti rossi, una sfumatura floreale appena accennata.
In bocca è dinamico, salino, con una chiusura pulita e precisa.
È il vino che Nicole definisce, senza esitazioni, un “no-brainer”: quello che funziona sempre.
Dall’aperitivo alla tavola, dalla cucina di mare fino a piatti più strutturati. Non perché sia semplice, ma perché è perfettamente equilibrato.

Molmenti: quando il rosé diventa tempo
Poi il ritmo cambia, arriva il Molmenti, e con lui cambia anche la prospettiva.
Questo non è un rosé da interpretare velocemente ma un vino da ascoltare.
Nasce da vigne più vecchie, da selezioni più rigorose, e soprattutto da un’idea precisa: dimostrare che il rosé può invecchiare. Davvero.
Nel calice il profilo è completamente diverso: struttura più ampia, profumi complessi, tra spezie, agrumi maturi e note evolutive, una tessitura che ricorda più un rosso elegante che un rosato tradizionale
E poi c’è la parte più interessante: gli abbinamenti.
Nicole lo racconta con naturalezza, quasi divertita: dalla Fiorentina al Wagyu, fino a piatti con componente dolce. Non è provocazione, è coerenza, perché il Molmenti ha struttura e profondità, ma non ha peso, e questo cambia completamente il modo di pensare il vino a tavola.

Palmargentina: la libertà del rosé
Quando sembra che il percorso sia completo, arriva l’ultimo passaggio: un rosé da dessert.
Palmargentina nasce da una storia familiare, ma diventa un tassello fondamentale nel racconto: dimostrare che il rosé può coprire ogni momento della degustazione.
Nel bicchiere è suadente ma equilibrato: frutta matura, albicocca, fragola, una dolcezza ben gestita, una freschezza che evita qualsiasi eccesso
È un finale che non chiude, ma apre, perché rimette in discussione un altro schema mentale.
Nicole Vezzola: tra cultura e futuro
La parte più interessante, però, resta il modo in cui tutto questo viene raccontato: Nicole non parla solo di vino, parla di sistema.
Delle carte vini dove i rosé non hanno una categoria, della ristorazione che non li valorizza, di un consumatore che spesso non li sceglie semplicemente perché non li conosce.
E allora il lavoro diventa doppio: educare chi non ha riferimenti, e rompere i pregiudizi di chi pensa di averne. È qui che si percepisce davvero il cambio generazionale.
Non una rottura, ma un’evoluzione, un’energia diversa, più diretta, più internazionale, ma perfettamente radicata nel territorio.

Il rosé ha bisogno di una casa
Uscendo dallo stand Costaripa resta una sensazione precisa: il rosé non ha ancora una casa riconosciuta, come altre grandi tipologie di vino, ma luoghi come la Valtènesi stanno lavorando esattamente in quella direzione per costruire identità, costruire linguaggio, costruire valore.
E forse la chiave è proprio qui: non cambiare il vino, ma cambiare il modo in cui lo guardiamo.
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