La sensazione è subito precisa: qui il Grechetto non è un comprimario. È il centro del discorso. E soprattutto è un vitigno su cui si sta lavorando con un’idea chiara, costruita nel tempo e verificata vendemmia dopo vendemmia.
Roccafiore è una cantina giovane, almeno per gli standard umbri. La prima vendemmia è del 2005, ma la sensazione è quella di una realtà già pienamente consapevole del proprio percorso.
La famiglia Baccarelli ha costruito qualcosa che va oltre il vino. Non una semplice azienda agricola, ma un sistema coerente, dove ogni scelta, dalla vigna alla bottiglia, segue una stessa direzione.

La sostenibilità qui non è una parola chiave da inserire in etichetta. È una pratica quotidiana. Fotovoltaico, recupero delle acque piovane, lavoro agronomico a basso impatto, attenzione ai materiali. Tutto è pensato per ridurre l’intervento e lasciare spazio al territorio.
E questa coerenza si ritrova nel bicchiere.
Il Grechetto di Todi come laboratorio
Il lavoro sul Grechetto di Todi è probabilmente la chiave per leggere tutta l’azienda.
Non è un vitigno “da interpretare” in senso classico. Qui diventa un terreno di sperimentazione continua. Acciaio, legno grande, anfora: ogni scelta è funzionale a capire come far emergere struttura, tensione e capacità evolutiva.

Durante la degustazione, la domanda rimane sospesa ma centrale: quanto può durare davvero un Grechetto? La risposta non è teorica. È nel bicchiere.
Fiordaliso: l’ingresso, senza compromessi
Il Fiordaliso 2025 è il primo passo. Acciaio, fermentazione controllata, pochi mesi di affinamento.
È un vino diretto, senza sovrastrutture. Fresco, pulito, immediato. Non cerca complessità, ma precisione. E funziona proprio per questo.
È il vino che ti mette a tuo agio, ma senza banalizzare il vitigno.
Fiorfiore: il tempo entra in scena

Con il Fiorfiore cambia tutto.
È il vino simbolo, quello che negli anni ha costruito l’identità della cantina. E la verticale proposta a Vinitaly lo dimostra senza bisogno di spiegazioni.
La 2018 è ancora tesa, viva, sorprendentemente fresca. La 2016 si muove su toni più evoluti, ma resta integra, senza cedimenti.
Quello che colpisce non è solo la qualità delle singole annate, ma la coerenza dello stile. Un’evoluzione che non snatura il vitigno, ma lo accompagna.
Durante il confronto emerge chiaramente come le prime annate fossero più segnate dal legno e dalla malolattica. Oggi la direzione è diversa: più verticalità, più pulizia, meno interferenze.
L’introduzione dell’anfora, in questo senso, ha aggiunto un tassello importante: tensione senza sovrastrutture.

Trebbiano Spoletino: un’altra strada
Il Trebbiano Spoletino 2024 rappresenta il lato più recente del progetto.
Vigna giovane, prime vinificazioni dal 2020. Qui l’approccio cambia. Il vino è più ampio, più materico, con una struttura che si percepisce subito.
Ha una presenza diversa rispetto al Grechetto. Più immediata, più espressiva nel breve periodo. Ma è chiaro che il percorso è ancora in costruzione.
Ed è proprio questo a renderlo interessante.

Il tempo come strumento di lavoro
Una cosa che emerge con forza è il rapporto con il tempo. Roccafiore non ha evitato il confronto con le vecchie annate. Lo ha cercato. Le ha riassaggiate, analizzate, usate per correggere il tiro.
Questo ha portato a uno stile più preciso, più coerente, più leggibile nel lungo periodo. Oggi i vini non sono solo buoni. Sono affidabili nel tempo.
E non è un dettaglio, soprattutto per un bianco come il Grechetto.

Oltre il vino: quando il territorio diventa esperienza
A un certo punto diventa chiaro che fermarsi al vino sarebbe riduttivo.
Roccafiore è anche un luogo da vivere. Il wine resort, immerso tra vigneti e uliveti, non è un’aggiunta al progetto: è parte integrante della stessa idea.
La tenuta si estende su novanta ettari, e tutto ruota attorno a un concetto semplice: rallentare. Le camere affacciate sui filari, la spa con trattamenti a base di vinacce e olio d’oliva, il ristorante che lavora su prodotti aziendali e locali.

Non è un lusso ostentato. È un lusso fatto di silenzio, spazio e coerenza.
Anche qui, come in cantina, tutto segue una logica precisa. L’esperienza del vino non si esaurisce nel bicchiere, ma continua nel paesaggio, nella cucina, nel tempo che ci si concede.
L’incontro con Roccafiore a Vinitaly 2026 lascia una sensazione netta. Qui non si inseguono mode. Si costruisce, passo dopo passo, un’identità.

Il Grechetto diventa uno strumento per parlare di tempo, di territorio e di scelte. E dimostra che anche un bianco umbro può avere ambizione, profondità e prospettiva.
Senza forzature. E forse è proprio questo a renderlo così interessante.
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