Allo stand Bortolomiol mi accoglie Elvira, una delle figlie di Giuliano. Il tempo di un saluto e la degustazione prende subito una direzione diversa: non una sequenza di vini, ma un racconto continuo, costruito tra storia, territorio e scelte che, negli anni, hanno contribuito a definire l’identità del Prosecco Superiore.

La storia dell’azienda prende forma nel 1949, in un momento in cui le colline di Conegliano Valdobbiadene stavano cercando una nuova strada dopo la guerra.
Giuliano Bortolomiol intuisce che quel territorio poteva esprimere qualcosa di importante, ma soprattutto capisce che il Prosecco aveva bisogno di evolversi.
Negli anni Sessanta arriva la svolta più significativa: il primo Brut.
Oggi è difficile immaginare il Prosecco senza questa tipologia, ma allora era una scelta controcorrente.
Il gusto dominante era più morbido, più dolce. Spostare l’equilibrio verso uno stile secco significava cambiare completamente approccio, sia in vigna che in cantina.
Non era solo una questione tecnica, ma un modo diverso di pensare il vino.
Col tempo, quella scelta ha modificato profondamente la percezione della denominazione. Oggi il Brut è diventato il riferimento, superando anche l’Extra Dry nei mercati, ma all’origine c’è stata una presa di posizione chiara, portata avanti con convinzione.

Nel calice: identità diverse, stesso territorio
Il percorso di degustazione riparte proprio da lì, dal Brut oggi chiamato Prior, pensato anche per celebrare i sessant’anni di quella intuizione. Nel bicchiere si presenta con una struttura inaspettata, sostenuta da una vendemmia 2025 particolarmente equilibrata. Il sorso è pieno, con una tensione che lo allontana dall’immagine più semplice e immediata del Prosecco.
Salendo, il discorso cambia entrando nel mondo delle Rive.
La Gran Cuvée del Fondatore, dalla Rive di San Pietro di Barbozza, ha un’impostazione completamente diversa. Il lungo riposo sui lieviti costruisce una trama più complessa, dove la cremosità si intreccia con una spinta sapida molto marcata. È un vino verticale, preciso, con un carattere deciso che non cerca immediatezza, ma profondità.
Poco dopo, con la Rive di Col San Martino, il registro si sposta.
Qui il profilo è più morbido, più aperto, ma sempre ben definito. Cambia il ritmo del sorso, cambia la percezione complessiva, e diventa evidente quanto il territorio incida sul risultato finale. Le Rive non sono solo una menzione, ma una lettura concreta del paesaggio nel bicchiere.
Con la Vigna di Collagù, nella versione Extra Dry della linea Bandarossa, si torna su una dimensione più immediata. La componente fruttata emerge con maggiore evidenza, tra mela e pera, accompagnata da un dosaggio che resta presente ma ben integrato. È un vino che funziona per equilibrio e piacevolezza, ma che mantiene una base qualitativa costruita su una selezione molto rigorosa delle uve.
La chiusura con il Cartizze riporta tutto su un piano di equilibrio.
Qui lo stile resta fedele alla tradizione, senza forzature. La dolcezza si traduce più in morbidezza che in percezione zuccherina, sostenuta da un’acidità che mantiene il sorso dinamico. Il risultato è un vino armonico, coerente con il territorio e con la storia dell’azienda.

Oggi: un lavoro che parte dal vigneto
Durante il racconto emerge con chiarezza anche il lavoro portato avanti oggi dalle sorelle Bortolomiol. Il percorso sulla sostenibilità non è qualcosa di separato dalla produzione, ma un sistema che coinvolge tutta la filiera.
Dai viticoltori alle pratiche in cantina, ogni passaggio è seguito con attenzione, con protocolli che vanno oltre quelli richiesti dal disciplinare. È un approccio che nel tempo ha portato anche a un miglioramento della qualità delle uve, e di conseguenza dei vini.
Non è una dichiarazione d’intenti, ma un metodo consolidato.

Il legame con il territorio
Un altro passaggio interessante riguarda il Parco della Filandetta.
Nato inizialmente come spazio legato alla produzione, oggi è diventato qualcosa di più ampio: un luogo dove convivono vigneti biologici, cantina, arte e accoglienza.
Un progetto che racconta il territorio in modo diverso, non solo attraverso il vino, ma anche attraverso l’esperienza. Un’estensione naturale del lavoro in vigna, che permette di entrare davvero nel contesto da cui nascono queste bottiglie.

Uno sguardo avanti
Nel corso dell’incontro si accenna anche alla nuova generazione, che si sta inserendo in azienda con competenze diverse, più legate alla gestione e all’analisi dei mercati. In un contesto internazionale sempre più incerto, la capacità di adattarsi diventa un elemento fondamentale.
Ma senza perdere il punto di riferimento principale.
La qualità resta al centro, come base su cui costruire ogni scelta futura.

Un Prosecco che cambia prospettiva
Alla fine della degustazione resta una sensazione precisa.
Non tanto quella di aver scoperto qualcosa di completamente nuovo, ma di aver riletto il Prosecco in modo diverso.
Più legato al territorio, più articolato, meno immediato di quanto si possa pensare. Un vino che, quando viene lavorato con questa attenzione, riesce ancora a sorprendere.
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