Il mio incontro con il Consorzio Tutela Lugana DOC a Vinitaly 2026 è iniziato in modo decisamente diverso dal solito.
Prima ancora di avvicinarmi ai calici, ho partecipato all’esperienza “Lugana Soundscape”, il percorso multisensoriale ideato dal Consorzio per raccontare il territorio attraverso suoni, percezioni ed emozioni.
Indossare cuffie e mascherina nel pieno della frenesia di Vinitaly può sembrare quasi un paradosso, e invece proprio quell’isolamento temporaneo dal caos della fiera permette di entrare in sintonia con il messaggio che il Lugana vuole trasmettere oggi: rallentare, vivere il vino come esperienza, lasciarsi coinvolgere senza sovrastrutture tecniche.

“Listen. Sip. Fall in love.” non è solo uno slogan, ma un modo nuovo di raccontare una denominazione che sta lavorando moltissimo sulla propria identità contemporanea.
Poco dopo questa esperienza ho incontrato Edoardo Peduto, direttore del Consorzio, con cui ho avuto una lunga conversazione sul presente e sul futuro del Lugana.
Un territorio piccolo, ma con una forte identità internazionale
Peduto racconta una denominazione che negli ultimi dieci anni ha conosciuto una crescita importante, pur mantenendo dimensioni relativamente contenute.

Oggi il Consorzio conta oltre duecento soci e circa cento aziende imbottigliatrici, distribuite tra Veneto e Lombardia, nella fascia meridionale del Lago di Garda.
Il Lugana DOC supera ormai i 27 milioni di bottiglie e oltre il 60% della produzione viene esportata. Un dato che racconta bene la dimensione internazionale raggiunta da questo bianco italiano, particolarmente apprezzato nei mercati del Nord Europa, Germania in primis.
Secondo Peduto, però, il vero punto di forza della denominazione non è la crescita numerica, ma la reputazione qualitativa costruita nel tempo. Il Lugana ha saputo posizionarsi come vino accessibile ma allo stesso tempo riconoscibile e credibile, mantenendo un’identità molto precisa.

La nuova comunicazione del Lugana
Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’incontro riguarda il lavoro sulla comunicazione. Peduto proviene proprio da quel mondo e il suo arrivo alla direzione del Consorzio rappresenta una scelta precisa: rendere il Lugana più vicino al consumatore contemporaneo.
L’idea è chiara: il mondo del vino, negli anni, ha spesso costruito barriere fatte di linguaggi troppo tecnici e autoreferenziali. Il rischio è stato quello di allontanare molti appassionati e wine lovers che desiderano invece vivere il vino con maggiore spontaneità.
Da qui nasce una comunicazione più moderna, immediata e coinvolgente, ben rappresentata dal claim presente nello stand: “The taste of the life you want”. Un messaggio che parla soprattutto a un pubblico giovane e internazionale, senza però perdere profondità.

Il Lugana come vino di immediatezza e qualità
Durante la degustazione emerge con forza un concetto che Peduto ribadisce più volte: il Lugana è un vino immediato, ma questo non significa semplice o banale.
È probabilmente questa la sua grande forza. Riesce a essere facilmente comprensibile anche da chi non ha competenze tecniche particolari, mantenendo però una qualità media molto alta e una forte riconoscibilità territoriale.
La Turbiana, vitigno simbolo della denominazione, regala vini dalla beva scorrevole, caratterizzati da freschezza, sapidità e precisione aromatica. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde un vitigno capace anche di evoluzioni sorprendenti.

Pintade Metodo Classico: la bollicina che sorprende
La degustazione è iniziata con il Pintade Lugana Spumante Metodo Classico 2018, un Metodo Classico dosaggio zero affinato circa 40 mesi sui lieviti.
Un vino che mostra subito un volto diverso del Lugana. Il sorso è teso, elegante, verticale, con una freschezza che colpisce particolarmente considerando i terreni argillosi tipici della zona.
Peduto spiega infatti come proprio l’argilla bianca del territorio contribuisca a costruire acidità e struttura.
Interessante anche la storia dietro al nome “Pintade”, legato alla faraona, simbolo dell’attività agricola storica della famiglia.

Marangona: l’anima più autentica del Lugana
Con il Marangona Lugana DOC si entra invece nella dimensione più identitaria della denominazione.
Un Lugana biologico, vinificato esclusivamente in acciaio, che esprime tutta la classicità del territorio: fiori bianchi, agrumi delicati, freschezza continua e una bevibilità estremamente naturale.
È il vino che probabilmente sintetizza meglio l’idea di Lugana raccontata durante l’incontro: diretto, conviviale, elegante senza essere costruito.

Le sperimentazioni: anfora, affinamenti e nuove interpretazioni
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla degustazione è la grande versatilità della Turbiana.
Pur restando l’acciaio la scelta dominante nella denominazione, diverse aziende stanno sperimentando fermentazioni e affinamenti alternativi: cemento, anfora, legno grande e lunghi affinamenti sulle fecce fini.
Ne è un esempio Inanfora Lugana DOC, fermentato in anfora e successivamente affinato tra anfora e acciaio. Il risultato è un vino più ampio e stratificato, che conserva comunque quella tensione fresca tipica del Lugana.

Anche Ca’ Vaibò Lugana Superiore 2023 mostra un volto più gastronomico della denominazione, con note di erbe officinali, frutta gialla e sensazioni balsamiche che ampliano notevolmente il profilo aromatico tradizionale.
Le Riserve e la sorprendente capacità di invecchiamento
Uno dei temi più affascinanti affrontati con Peduto riguarda la longevità del Lugana.
Molti consumatori continuano a considerarlo soltanto un bianco fresco ed estivo, ma le Riserve dimostrano quanto questo vitigno sappia evolvere nel tempo.

Il Riserva del Lupo 2021 ne è un esempio molto chiaro: un vino più profondo, complesso, gastronomico, ma ancora attraversato da una straordinaria vena acida.
Durante la conversazione si parla anche di vecchie annate degustate da alcune aziende storiche del territorio, con bottiglie di oltre quindici anni ancora capaci di emozionare e raccontare il tempo trascorso.
Sostenibilità, ricerca e futuro della denominazione
Il Lugana guarda al futuro anche attraverso la sostenibilità. Oggi oltre l’86% del territorio risulta certificato tra SQNPI, biologico e altri protocolli sostenibili. Un dato importante, soprattutto perché costruito in un territorio composto prevalentemente da piccole e medie aziende.

Il Consorzio sta inoltre investendo nella ricerca scientifica con un importante studio pedoclimatico sviluppato insieme all’Università di Verona e alla Fondazione Mach, per approfondire ancora di più la conoscenza del terroir del Lugana.
Un vino che parla a tutti senza perdere identità
L’impressione finale lasciata da questo incontro è quella di una denominazione estremamente consapevole della propria identità, ma allo stesso tempo aperta all’innovazione.

Il Lugana oggi riesce in qualcosa di molto difficile: essere contemporaneo senza snaturarsi. È un vino che può parlare al consumatore occasionale così come all’appassionato evoluto, mantenendo sempre coerenza territoriale e personalità.
E forse proprio qui sta il segreto del suo successo internazionale: nella capacità di essere immediatamente comprensibile, senza mai risultare superficiale.
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