Ci sono territori che nel vino cercano eleganza. Altri che cercano potenza. I Campi Flegrei invece sembrano cercare soprattutto identità. Un’identità irregolare, vulcanica, spesso difficile da addomesticare, ma proprio per questo riconoscibile al primo sorso.

L’incontro con Cristina Varchetta allo stand di Cantine Astroni durante Vinitaly 2026 è stato esattamente questo: un viaggio dentro un territorio che non vuole somigliare a nessun altro.

Non una degustazione costruita per impressionare, ma un racconto coerente, diretto, quasi didattico nel senso più nobile del termine. Vino dopo vino emergeva chiaramente una filosofia: lasciare che siano i Campi Flegrei a parlare, senza sovrastrutture inutili.

Cristina Varchetta racconta il territorio con grande lucidità. Senza retorica. E forse proprio questo rende il discorso ancora più efficace. Quando parla della Falanghina Flegrea e della differenza rispetto alla Falanghina Beneventana, si percepisce subito quanto il tema identitario sia centrale per l’azienda.

Due biotipi diversi, due anime differenti che condividono soltanto il nome. Nei Campi Flegrei la Falanghina assume infatti una dimensione più salina, più vulcanica, più tesa.

La degustazione è iniziata con Colle Imperatrice 2024, Falanghina Campi Flegrei DOC. Un bianco che Cantine Astroni definisce quasi “didattico”, nel senso di immediato e rappresentativo.

Vinificazione in acciaio, alcuni mesi sulle fecce fini e poi bottiglia. Ma dietro l’apparente semplicità emerge subito il carattere del territorio: la freschezza non è mai soltanto agrumata, ma attraversata da una vena minerale e sapida che dà ritmo al sorso.

Interessante anche la scelta di presentare a Vinitaly soltanto l’annata 2024 e non vini più giovani. Una decisione che racconta molto della filosofia aziendale: aspettare che il vino inizi davvero ad esprimere il lato vulcanico del territorio, evitando che il frutto copra tutto il resto.

Poi il livello si alza ulteriormente con Vigna Astroni 2020, cru di Falanghina prodotto in quantità limitatissime, circa quattromila bottiglie.

Qui la materia cambia completamente registro. Il vino acquista struttura, profondità, una dimensione quasi burrosa sostenuta però da una tensione continua. La permanenza sulle fecce fini e il lavoro di bâtonnage regalano volume senza togliere energia.

È una Falanghina che mantiene il carattere vulcanico ma lo porta verso una maggiore complessità gastronomica.

Nel bicchiere si alternano sensazioni di frutta matura, erbe mediterranee e una salinità che rimane sempre viva, mai aggressiva. Uno di quei vini che riescono a stare bene tanto con un grande piatto di pesce quanto con formaggi importanti, senza perdere equilibrio.

Molto affascinante anche Tenuta Jossa 2021, interpretazione ancora diversa del territorio flegreo. Qui entra in scena anche il Fiano, in piccola percentuale, e soprattutto la lavorazione in anfora.

Il risultato è un vino più verticale, più austero, quasi scolpito dalla sapidità. Cristina Varchetta lo definisce “eleganza nel vulcano”, una definizione che probabilmente sintetizza perfettamente il progetto.

Il sorso cambia continuamente. All’inizio sembra morbido, poi arriva una freschezza tagliente che riporta tutto in tensione. È un vino che non cerca immediatezza ma profondità, e che dimostra quanto i Campi Flegrei possano offrire interpretazioni moderne senza perdere autenticità.

Anche il Piedirosso conferma questa visione contemporanea dei Campi Flegrei, ma attraverso due interpretazioni molto diverse tra loro. Il primo assaggio è Colle Rotondella 2024, proveniente dalla zona dei Camaldoli e vinificato interamente in acciaio.

Cristina Varchetta lo racconta quasi come un rosso “da mare”, tanto da suggerire di servirlo a temperature più basse del normale, intorno agli undici o dodici gradi. Nel bicchiere il vino risponde esattamente in questa direzione: agile, dinamico, giocato più sulla tensione e sulla sapidità che sulla struttura.

Il frutto resta croccante, il sorso scorre veloce e l’abbinamento naturale sembra essere quello con la cucina partenopea più autentica, dalle zuppe di pesce alla pizza napoletana.

Diverso invece il carattere del Tenuta Camaldoli Riserva 2018, che porta il Piedirosso su un piano più profondo e territoriale. Qui il tempo entra nel vino senza snaturarlo. I profumi diventano più complessi, con note di macchia mediterranea, terra vulcanica, spezie leggere e una componente ematica che richiama con forza il suolo dei Campi Flegrei.

In bocca mantiene comunque quella freschezza tipica del vitigno, ma con una tessitura più ampia, più stratificata, quasi contemplativa. È un rosso che dimostra quanto il Piedirosso possa evolvere nel tempo mantenendo identità e slancio.

Ed è forse proprio questa la caratteristica più sorprendente del lavoro di Cantine Astroni: mostrare come uno stesso vitigno possa raccontare anime diverse dello stesso territorio, passando dalla immediatezza gastronomica di Colle Rotondella alla profondità elegante della Riserva Tenuta Camaldoli, senza mai perdere il legame con l’identità vulcanica dei Campi Flegrei.

Durante la conversazione è emersa anche la visione futura dell’azienda. Nessuna corsa all’espansione incontrollata. Nessuna idea di aumentare drasticamente la produzione. Cantine Astroni preferisce lavorare sul valore identitario dei propri vini e sul racconto del territorio, sviluppando parallelamente un modello di ospitalità legato all’esperienza dei Campi Flegrei.

Collaborazioni con il Bosco degli Astroni, percorsi territoriali, valorizzazione culturale della zona: il vino qui sembra diventare il punto di partenza per raccontare un ecosistema molto più ampio.

Ed è probabilmente questo l’aspetto che rimane più impresso dopo l’incontro con Cristina Varchetta: la sensazione che nei Campi Flegrei il vino non venga costruito per inseguire mode o mercati, ma per custodire un’identità fragile e irripetibile.

In un panorama vinicolo sempre più uniforme, Cantine Astroni continua invece a muoversi in direzione opposta. E forse è proprio questa ostinazione territoriale a rendere i suoi vini così riconoscibili.

Cantine Astroni


Marco Germani

Sommelier e Degustatore Ufficiale AIS, ideatore e proprietario di questo blog, collaboro con le principali agenzie di comunicazione food and wine italiane. Scrivere recensioni è la cosa che amo maggiormente, in un calice di vino ci sono i sogni, le speranze, i sacrifici e il grande lavoro dei produttori, ognuno è una storia a se che merita sempre di essere raccontata.

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