Il pranzo stampa da I’Tuscani, non è stata una degustazione per stupire, ma un percorso focalizzato sull’essenziale: materia prima, conoscenza e coerenza, il tutto in formato volutamente raccolto e intimo.
Entrare da I’Tuscani, nel cuore di Firenze, significa mettere da parte ogni aspettativa costruita sull’effetto e tornare all’essenza più pura della materia.
Il pranzo stampa “Meet the Meat Masters” non è stato un esercizio di stile né una passerella gastronomica, ma un racconto coerente e diretto, dove ogni elemento, dal piatto al servizio, converge verso un unico punto.

Un percorso in cui la tecnica si mette al servizio della conoscenza e la cucina sceglie di sottrarre, anziché aggiungere. Qui non si cerca di stupire, ma di far comprendere, e soprattutto, di far ricordare.
Il primo assaggio è una dichiarazione d’intenti
Una tartare essenziale, quasi didattica: carne battuta al coltello, pochi gesti calibrati, qualche goccia di limone, un tocco di sale, appena un’eco aromatica. Nulla che possa distrarre. Qui il lavoro non è aggiungere, ma lasciare spazio alla materia perché si racconti da sola.

“Il primo morso ti dice tutto”, viene detto durante il servizio, ed è difficile non riconoscerne la verità. È un inizio che definisce subito la direzione: niente effetti, solo valorizzazione.
Il passaggio successivo costruisce equilibrio. Un tortino delicato, giocato sulla stagionalità del cavolo nero e su una componente lattica misurata, accompagna il palato senza mai appesantirlo.
Non è un piatto che cerca protagonismo, ma continuità. Un momento di transizione necessario, prima di entrare nel cuore del racconto.
E il cuore, a Firenze, ha sempre un volto riconoscibile
Arrivano le polpette, e con loro la tradizione. Prima quelle di carne: piene, succose, dirette. Qui la scelta è chiara e dichiarata: utilizzare carne vera, carne di bistecca. Non un dettaglio tecnico, ma una presa di posizione.

Poi il racconto si approfondisce con le polpette di lampredotto. Intense, identitarie, profondamente legate alla memoria gastronomica della città.
La salsa verde accompagna con equilibrio, senza coprire, lasciando emergere una complessità fatta di radici, storia e autenticità.

E infine, arriva lei……la bistecca
Non avrebbe bisogno di introduzioni, eppure viene raccontata. Perché ancora oggi è un piatto frainteso, spesso banalizzato. Qui, invece, diventa occasione di conoscenza.
Si parla di cottura, di struttura, di materia. Il taglio è netto, la crosta esterna ben definita, l’interno succoso. La marezzatura racconta una selezione rigorosa, la sapidità è naturale, priva di qualsiasi artificio.

Nessuna salsa, nessuna concessione: solo fuoco, tempo e carne.
Dietro a tutto questo, c’è una visione chiara
I’Tuscani nasce nel 2012 da un’idea di Alberto Florindo, insieme a Enrico Burberi e Barbara Fagioli, con l’obiettivo di costruire un luogo dove il prodotto fosse realmente al centro.
Qui la carne non è solo ingrediente, ma linguaggio. La selezione è continua, quasi ossessiva: razze diverse, allevamenti virtuosi, produttori scelti non solo per la qualità, ma per i valori.

Non è raro che vengano acquistate intere produzioni, sostenendo filiere artigianali e preservando tradizioni. E infatti, durante il pranzo, una frase risuona con particolare forza:
“Sono i prodotti i nostri chef.”
Una dichiarazione semplice, ma che qui trova piena coerenza.
Anche l’ambiente riflette questa filosofia
Elegante senza costruzione, caldo senza eccessi. Legno, luce morbida, spazi ben calibrati. Nulla è ostentato, nulla è superfluo. Non c’è teatralità, né spettacolarizzazione, nemmeno nella gestione della carne, che resta lontana da esposizioni scenografiche.

La cucina è un luogo di lavoro, quasi sacro. Da rispettare, più che da mostrare.
E poi c’è il vino, che entra in dialogo con naturalezza
Il lavoro del sommelier accompagna senza mai imporsi. È un racconto parallelo fatto di territori, vitigni e scelte consapevoli. La Toscana è il punto di partenza, ma non il limite: accanto alle denominazioni più note emergono interpretazioni meno convenzionali, piccole produzioni, visioni fuori dal mainstream.

L’obiettivo non è stupire, ma creare armonia. Ogni calice sostiene il piatto, senza sovrastarlo. E questo si percepisce chiaramente soprattutto con la bistecca, dove il vino diventa parte del ritmo, non elemento dominante.
Ma forse l’aspetto più rilevante è un altro
Il modo in cui vieni accompagnato: non c’è distanza, né costruzione. Dall’ingresso all’ultimo boccone, il servizio segue con attenzione costante, mai invasiva.

L’obiettivo non è semplicemente servire, ma accogliere. E alla fine, è proprio questo che resta.
Quando la materia prima è grande e la visione è chiara, non serve altro. Niente effetti speciali, nessuna costruzione forzata. Solo carne, identità e coerenza.
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