Nel 1256, nel Libro degli Estimi dei Guelfi fiorentini, si cita per la prima volta il nome “Meleto in Chianti” come proprietà “turrim ed domum positas” di una famiglia feudale locale di cui è noto solo il nome di un Guardellotto che, a causa di contrasti con l’imperatore Federico I Barbarossa, venne privato dei suoi possedimenti. Prossimo al confine tra i territori delle Repubbliche di Firenze e di Siena, dunque in una posizione favorevole, il castello fu dapprima una residenza del contado e strategico baluardo fiorentino della zona, in grado di attestare le rendite e le proprietà dei possedenti. In seguito si distinse tra le principali fortificazioni nel Terziere di Gaiole della Lega del Chianti, diventando un’ambita preda tra i due contendenti senza tuttavia subire conversioni né gravi distruzioni.

La riorganizzazione interna della seconda metà del XV secolo, con una trasformazione in fattoria poderale atta alla raccolta e alla conservazione di prodotti, testimonia i cambiamenti d’assetto che per il castello si susseguirono durante il Rinascimento fino al XVIII secolo, quando ormai il pericolo di assedi era lontano. Nel Settecento, infatti, il castello fu trasformato in una villa nobiliare di campagna, con stanze finemente decorate e affrescate seguendo lo stile e i dettami dell’epoca.

La società Viticola Toscana è divenuta proprietaria del Castello di Meleto dopo quella che fu un’operazione di crowdfunding ante litteram nel 1968 promosso dalla rivista “4 soldi” edita da Domus, dove si proponeva un’acquisto tramite azionariato popolare denominato “operazione vigneti”. La società Viticola Toscana comprende lo stesso castello trasformato in una prestigiosa cantina e una struttura ricettiva di charme, ed è circondato da mille ettari di boschi, uliveti, casolari e vigneti da cui si producono le eccellenze della Toscana. Nella proprietà si ha anche un’enoteca con cucina. Ancora oggi la Viticola Toscana prosegue la rinascita agronomica e architettonica investendo il 30% del fatturato nella manutenzione della struttura.

Gli appartamenti ricavati nelle antiche case coloniche sono pensati per chi desidera assaporare l’ambiente della classica campagna toscana. Due di queste residenze sono addossate al castello e rivolte verso essa, mentre altre due si trovano a pochi passi dalla fortificazione. La Casanova, invece, si trova in una posizione collinare con vista sul Castello e sulla Valle del Chianti. Le 24 camere di questa soluzione sono dotate dei migliori comfort e accorgimenti moderni. Le camere che si trovano all’interno del Castello di Meleto riportano invece alla mente atmosfere romantiche, tra sogno e fiaba. Si potrà dormire nei morbidi letti a baldacchino nelle stanze con travi a vista e pavimenti in cotto e passeggiare nella corte del Castello, godendo dell’inebriante vista sul giardino delle erbe.

Castello di Meleto offre diverse attività quotidiane: dalla visita alla fattoria e Parco delle Api, alle cantine sotterranee, per arrivare all’enoteca, dove è possibile degustare i vini dell’azienda e i prodotti tipici dei possedimenti del castello. C’è anche la possibilità di partecipare a un corso di cucina toscana ed essere guidati dall’agronomo del castello attraverso un percorso di scoperta delle piante officinali usate in cucina.

Denso e vario è inoltre il calendario degli appuntamenti per gli appassionati di vino, con degustazioni, serate, weekend dedicati e corsi di avvicinamento.

Da gennaio 2020 Castello di Meleto è per di più entrato a far parte del Biodistretto del Chianti, per la gestione sostenibile delle risorse locali a tutti i livelli, partendo dal modello biologico di produzione e consumo.

La filosofia aziendale prevede di intervenire il meno possibile sul vigneto, mantenendo una “agricoltura territoriale” iniziata centinaia di anni fa e ancora mantenuta, che radica i suoi principi nella disposizione dei vitigni e la valorizzazione del legame vitigno-territorio. Le concimazioni avvengono tramite il compost ottenuto dalla potatura dei vigneti, degli olivi e di cipressi di proprietà, oltre al lavoro di “inerbimento” per favorire la biodiversità e la preservazione del territorio.

Per quanto riguarda il consumo energetico, la cantina di Castello di Meleto si è resa indipendente grazie a un impianto di circa 500 mq di pannelli fotovoltaici. Centraline Wi-Fi monitorizzano eventuali possibili malattie delle viti e i mezzi utilizzati sono prevalentemente ibridi o elettrici.

All’interno della proprietà si trovano 5 diverse aree per un totale di 160 ettari vitati, alternati a boschi e altre colture.

Meleto – suolo argilloso, ricco di scheletro

San Piero in Avenano – area ventilata e fresca, terreno ricco di scheletro.

Poggiarso: area arida e secca, fino a 530 m slm, alte pendenze, terreno con scheletro ricco di Alberese e Galestro.

Moci – suolo di arenarie, argilla e galestro. Area fredda.

Casi– posta sotto il borgo di Vertine, gode dell’influenza del bosco che mitiga il clima.

In vigna vige una  potatura rispettosa, viene tagliato solo il legno giovane per evitare traumi alla vite e per promuovere il suo naturale equilibrio. In primavera ai germogli vengono tagliate due foglie basali per evitare un’eccessiva vegetazione in primavera e il successivo stress idrico in estate. Viene piantato orzo e trifoglio squarroso, poi tagliato e lasciato sul terreno a protezione della vite e del suolo. Viene trattato il terreno sotto il filare per favorire l’ossigenazione delle radici, ed infine vengono fatte tre vendemmie scalari per ogni vigna, esclusivamente manuali, e le uve sono riposte in cassette. Attraverso centraline intelligenti, che combinano tecnologie wireless e IoT (Internet of Things), viene monitorata  temperatura e umidità delle singole viti: un modo per intervenire, solo quando e dove serve, al fine di vendemmiare nel momento ottimale

La fermentazione dei CRU avviene con lieviti indigeni e non commerciali. Ogni vigneto viene vinificato separatamente per parcella, in modo da definire di anno in anno le percentuali ideali di uve provenienti dalle posizioni più elevate o inferiori all’interno del vigneto. In vigna vengono scelti, all’interno del filare, cloni e portainnesti diversi per offrire un risultato enologico più ampio e poter scegliere il blend migliore.

Il progetto CRU di Castello di Meleto comprende 5 macrozone che si differenziano per suoli, esposizione ed altimetria, portando l’azienda a effettuare dalle ottanta alle novanta vinificazioni separate, così di creare i vini che sono divenuti l’icona del brand.

Casi

Situata ad un’altitudine di circa 450 m sul livello del mare, sotto il borgo medievale di Vertine, da oltre 30 anni Casi rappresenta il cru di Castello di Meleto. I terreni  sono in prevalenza argillosi, costituiti da calcareniti con alternanza di alberese, arenarie e argilliti. Il suolo è ricco di zolfo, ferro e quarzo.  Impiantato dal 1998 al 2000, questo sangiovese si distingue in due distinte vigne: Casi di Sotto, allevato a guyot con densità di 5000 ceppi/ha ed esposizione  EST e OVEST e Casi di Sopra,  ad alberello, con densità di 5800 ceppi/ha e con esposizione a SUD. La denominazione era già presente nel “Catasto Leopoldino” promulgato nel 1765 da Pietro Leopoldo Granduca di Toscana. Sembrerebbe derivare da Casius, un nome di persona di origine latina.

Per questo vitigno storico, destinato alla Gran Selezione, la vendemmia viene svolta manualmente, fermentazione con lieviti autoctoni e macerazione sulle bucce per 15-20 a temperatura controllata. La svinatura avviane in vasche di cemento dove successivamente inizierà la fermentazione malolattica.

Di color rosso rubino intenso e vivace presenta un ventaglio olfattivo incentrato su esuberanti note di frutta matura,  seguita da sentori pepati e di spezie orientali. L’ingresso, inizialmente verticale, si apre poi per far apprezzare i suoi tannini, decisi ma al contempo fini, per un sorso appagante e ben bilanciato. Il finale regala una lunga persistenza ed un pulizia di bocca esemplare.

Affina per 27 mesi in botti di rovere di Slavonia 30 hl, parte in botte di rovere francese da 50 hl e un’ultima piccola parte in tonneaux, successivamente in bottiglia per diversi mesi.

Poggiarso

Poggiarso è la più secca e fredda delle tenute, stress che valorizza il profilo organolettico delle sue uve. Al suolo arido si uniscono le grandi escursioni termiche tra giorno e notte determinate dalle altitudini. Il suolo presenta una grande quantità di scheletro tanto che, nella preparazione del terreno per ospitare il vigneto, sono stati necessari dinamite e martelli pneumatici. I vigneti a Poggiarso producono poche uve ma di qualità eccellente, ricche di aromi e di zuccheri.

Impiantata nel 2002, e con una altitudine che varia da 460-520 m sul livello del mare, presenta filari di sangiovese allevati a guyot con una densità di 5000 ceppi/ha. Vigna Poggiarso è esposta a SUD, su terreni di origine eocenica galestro-argillosi, caratterizzati dalla importante presenza di masse di alberese e con una cospicua presenza di scheletro nel suolo, macchie di calcare e arenarie. Il nome deriva dalla combinazione del termine poggio (che compone molti toponimi del territorio Chiantigiano per la sua natura montuosa) con arso per la sua esposizione a sud e la sua aridità dovuta ai terreni estremamente rocciosi.

La vigna più alta di Castello di Meleto prevede una vendemmia con grappoli selezionati e raccolti a mano, invariate la tecniche di vinificazione rispetto a Vigna Casi.

Nel calice,questa Gran Selezione, sfoggia il suo color rubino brillante, con riflessi tendenti al granato. All’olfatto si susseguono ciliegia, cassis e marasca in confettura. Note di viola lasciano poi il passo a sentori di grafite, roccia bagnata, cuoio ed accenni carnacei.  Il sorso è fresco, con un tannino graffiante, e dalla spiccata personalità. Ottima la persistenza, lunga e decisa, così come la potenzialità evolutiva.

Sosta per 27 mesi in botti di rovere francese da 50 Hl, successivamente in bottiglia per diversi mesi.

Camboi

Questa vigna è interamente dedicata alla Malvasia Nera del Chianti, varietà storicamente usata nel blend del Chianti Classico, ma raramente usata in purezza. Una varietà che rischiava di essere abbandonata perché difficile da coltivare e che Castello di Meleto ha voluto recuperare. I suoli sono di origine geologica pliocenica, argillosi. La vigna è situata nella sottozona di San Piero in Avenano, fresca e ventilata, caratterizzata da suoli ricchi di scheletro. A Camboi, un tempo, venivano allevati i bovini e l’etichetta dell’artista Martine Janta, che identifica questo vino, ricorda la storia originale.

L’impianto risale al 2002, con una altitudine di 360–375 m sul livello del mare. Allevato a guyot, con una densità di 5000 ceppi/ha ha una esposizione a SUD-OVEST. Il terreno è  caratterizzato dalla presenza di galestro e arenaria sulla sommità dell’appezzamento e dal graduale incremento della componente argillosa scendendo a valle. Camboi prende il nome dalla casa colonica adiacente che sembrerebbe derivare dal nome di persona romano Boius, divenuto poi Cam(pu)Boi.  

Per Camboi, si producono solo 25 ettolitri di vino, la raccolta viene svolta manualmente e le uve sono raccolte  in cassetta con attenta selezione del grappolo. Estrema attenzione durante i rimontaggi che sono sempre molto leggeri e ripetuti rispetto al Sangiovese. La macerazione avviene in botti di slavonia per 20 giorni. Rosso rubino, con riflessi violacei, fa apprezzare il suo intenso frutto maturo seguito da note di spezie, bacche di ginepro, incenso ed erbe aromatiche. Gustativamente si fa apprezzare per la sua morbidezza, il sorso pieno e in perfetta corrispondenza con quanto percepito all’olfatto. Finale fresco e pulito dove i sentori fruttati accompagnano il degustatore durante la lunga e gentile chiusura.

Grazie a Castello di Meleto per questa anteprima (purtroppo a distanza, a causa delle misure di sicurezza anti Covid 19), sperando di poter visitare presto questa splendida realtà passeggiando lungo i vigneti del progetto CRU.


Marco Germani

Sommelier e Degustatore Ufficiale AIS, ideatore e proprietario di questo blog, collaboro con le principali agenzie di comunicazione food and wine italiane. Scrivere recensioni è la cosa che amo maggiormente, in un calice di vino ci sono i sogni, le speranze, i sacrifici e il grande lavoro dei produttori, ognuno è una storia a se che merita sempre di essere raccontata.

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