Firenze, 9 settembre 2026. Doveva essere una serata da vivere interamente sui tetti della città, ma la pioggia di fine estate ha deciso di cambiare in parte il programma. Poco male.
Dalla Butterfly Terrace de IL Tornabuoni Hotel, affacciata sul cuore di Firenze, il percorso è semplicemente proseguito all’interno, lasciando intatto il senso di un appuntamento costruito intorno a un’idea apparentemente semplice, ma tutt’altro che scontata: mettere sullo stesso piano vino e pizza contemporanea, senza che uno diventi semplice accompagnamento dell’altra.
È questa la chiave di lettura della seconda tappa di “Cantine Spinelli in Terrazza”, il progetto nato dalla collaborazione tra Gambero Rosso e Cantine Spinelli, articolato in tre cene degustazione tra Roma, Firenze e Bologna.

A Firenze, protagonista insieme ai vini abruzzesi è stata la Butterfly Contemporary Pizza di Manuel Maiorano, pizza chef e titolare de La Fenice – Pizzeria Contemporanea di Pistoia. Un percorso nel quale impasti, consistenze e topping sono stati pensati insieme al vino, trasformando l’abbinamento in parte integrante del piatto.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante della serata: non dimostrare che con la pizza si possa bere vino – quella battaglia, fortunatamente, sembra ormai superata – ma capire quanto lontano possa spingersi il dialogo fra i due.
La pizza e il vino, senza più gerarchie
A introdurre la cena è Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, arrivato a Firenze proprio nei giorni in cui la redazione sta completando la quarantesima edizione della guida.

Il suo intervento mette immediatamente a fuoco il motivo della presenza di Spinelli nel progetto. Non semplicemente vini “buoni”, ma vini nei quali Gambero Rosso ha riconosciuto negli ultimi anni una crescita qualitativa dell’intera gamma e, soprattutto, una maggiore capacità di raccontare l’Abruzzo, i suoi vitigni, il clima e il territorio.
Poi arriva la pizza, e qui Carrus tocca un punto che condivido: l’abbinamento pizza-vino non ha ormai più bisogno di essere sdoganato. Il vino può accompagnare la pizza esattamente come qualsiasi altro piatto, a maggior ragione quando ci troviamo davanti a preparazioni nelle quali la ricerca sugli impasti e sulle materie prime raggiunge livelli gastronomici importanti.

Maiorano lo spiega ancora meglio raccontando la costruzione del menu: tre elementi – impasto, topping e vino – pensati contemporaneamente. Non una pizza alla quale successivamente trovare un’etichetta, quindi, ma un percorso nel quale anche il calice contribuisce all’equilibrio complessivo.
Una filosofia che trova conferma nel menu preparato per la serata, decisamente lontano dall’immagine tradizionale della pizza.
Cantine Spinelli, dall’Abruzzo una famiglia e una visione
Prima di entrare negli abbinamenti vale però la pena spostarsi idealmente per qualche minuto da Firenze all’Abruzzo.
Cantine Spinelli ha sede ad Atessa, in provincia di Chieti, nella Val di Sangro, tra la Maiella e l’Adriatico. Nata come azienda agricola familiare nel 1973, nel tempo ha indirizzato sempre più il proprio percorso verso la viticoltura di qualità.

La dimensione familiare rimane centrale, ma durante la serata emerge soprattutto la volontà di non fermarsi alla tradizione.
È significativo, in questo senso, il racconto della scelta di affidarsi all’enologo Enrico Paternoster, cercato volutamente fuori dall’Abruzzo per portare uno sguardo differente. Una decisione che, come raccontato dalla famiglia Spinelli, ha modificato sia alcuni aspetti della gestione dei terreni sia l’approccio al vino in cantina.
Mi piace soprattutto un’espressione utilizzata durante la presentazione: “vini democratici”.
Non democratici nel senso di vini semplici o privi di ambizione, ma vini aperti, comprensibili, capaci di essere bevuti senza la necessità di trasformare ogni calice in un esercizio intellettuale. È una filosofia particolarmente coerente con la pizza, probabilmente uno degli alimenti conviviali per eccellenza. e il percorso fiorentino lo dimostra bene.
Pecorino e Frittatina: si comincia senza compromessi
La prima proposta fa capire immediatamente che Maiorano non ha intenzione di percorrere una strada facile.

Frittatina Cacio e Pepe, ostrica Gillardeau, maionese al Patanegra e chips di Patanegra, accompagnata da Le Stagioni del Vino Pecorino Superiore 2025.
Già sulla carta convivono mondi differenti: la parte avvolgente della frittatina e del cacio e pepe, la sapidità marina dell’ostrica, la componente grassa del Patanegra e la sua declinazione croccante.
Maiorano racconta anche la scelta di servire l’ostrica separatamente, lasciando al commensale la possibilità di decidere come costruire il boccone. Non un dettaglio: significa modificare volontariamente la percezione dell’abbinamento.
Il Pecorino Superiore 2025 deve confrontarsi con un piatto dalla forte intensità gustativa e lo fa affidandosi soprattutto alla freschezza e alla sua spinta sapida. L’acidità alleggerisce la parte più ricca della preparazione, mentre la struttura riesce a sostenere cacio e pepe e Patanegra.

L’ostrica è la variabile più difficile. La sua impronta iodica sposta improvvisamente l’equilibrio e rende l’abbinamento meno prevedibile. È proprio questa difficoltà, tuttavia, a rendere interessante l’inizio del percorso.
Non si cerca il comfort. Si cerca il confronto.
Trebbiano e Uramaki: l’abbinamento che sorprende
Con la seconda proposta cambia completamente il registro.
L’Uramaki Vegetale Lime è composto da avocado, cetriolo marinato al lime, zucchine croccanti, maionese vegana al lime, gel di limone e mandorle tostate. Nel calice arriva Le Stagioni del Vino Trebbiano d’Abruzzo 2025.
Ed è uno degli incontri più riusciti della serata.

Qui non c’è una componente dominante che imponga al vino di inseguire il piatto. Tutto lavora piuttosto sull’equilibrio tra cremosità, acidità e croccantezza.
Il Trebbiano trova spazio senza sovrapporsi. La freschezza accompagna il lime e il limone, mentre la parte più morbida dell’avocado e della maionese vegana evita che l’insieme diventi eccessivamente verticale. Poi arrivano le mandorle tostate e le zucchine croccanti, che allungano la persistenza.
Durante la cena si parla proprio dell’importanza della croccantezza come memoria del piatto: quell’elemento capace di prolungarne la percezione quasi come l’acidità fa con un vino.

È un’immagine che funziona particolarmente bene in questo caso.
Personalmente è uno degli abbinamenti che ho trovato più centrati: apparentemente semplice, in realtà costruito su una serie di contrappesi molto precisi.
Zione Cerasuolo d’Abruzzo e Focaccia al Vapore
Il percorso cambia nuovamente consistenza con la Focaccia al Vapore, accompagnata da ragù di polpo, olio al prezzemolo e limone, crumble di olive Taggiasche e chips di alici Armatore.
Nel bicchiere Zione Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2024.
Qui il Cerasuolo dimostra perché questa tipologia possieda una versatilità gastronomica spesso sottovalutata.

Il colore anticipa già una personalità che si allontana dall’idea del rosato inteso semplicemente come vino estivo. Il sorso ha materia, freschezza e una componente fruttata capace di confrontarsi con il ragù di polpo senza coprirlo.
Ma sono soprattutto le olive Taggiasche e l’alice a creare il terreno di incontro con il vino.
La sapidità attraversa il piatto, mentre il Cerasuolo risponde con freschezza e dinamismo. La morbidezza della focaccia al vapore completa il gioco delle consistenze, facendo da contrappunto alla croccantezza del crumble e delle chips.

È forse qui che il concetto di pizza contemporanea comincia definitivamente a perdere i propri confini tradizionali. A un certo punto, durante la cena, viene spontaneo osservare che quasi non sembra più di mangiare una pizza.
Ed è un complimento.
Zurle 2025: un Montepulciano che cambia passo
L’ultima pizza è probabilmente anche la prova più attesa.
Pizza in Tripla Cottura, ricotta di bufala mantecata alla colatura di alici Armatore, bottarga di tonno rosso Armatore e zest di limone.

Nel bicchiere arriva Zurle Vino Rosso 2025.
Zurle rappresenta una delle novità più interessanti del progetto Spinelli: una nuova interpretazione del Montepulciano d’Abruzzo, pensata per privilegiare freschezza, agilità e versatilità gastronomica, fino alla possibilità di servirlo a temperatura più bassa rispetto alla consuetudine.
Ed è proprio l’abbinamento scelto a chiarire il progetto.
Mettere un rosso accanto a ricotta di bufala, colatura di alici e bottarga di tonno significa chiedergli di rinunciare alla forza come principale strumento di dialogo, serve piuttosto freschezza.
Zurle gioca su frutto e immediatezza, mantenendo un profilo più agile rispetto all’immagine classica del Montepulciano. Il servizio fresco ne accentua la bevibilità e permette al vino di confrontarsi con la componente marina della pizza senza sovrastarla.

La ricotta di bufala costituisce il ponte: accoglie il vino con la propria cremosità, mentre colatura e bottarga spingono decisamente sulla sapidità e lo zest di limone restituisce verticalità.
È un abbinamento coraggioso, forse quello che meglio sintetizza l’intera filosofia della cena: uscire dalle associazioni automatiche.
Un Montepulciano non deve necessariamente aspettare una carne importante. Può sedersi accanto a una pizza con bottarga e colatura di alici, purché sia stato pensato per farlo.
E Zurle nasce proprio con questa ambizione.
Dalla Pesca di Prato al Blockhaus
Il finale torna al territorio toscano con la Pesca di Prato, accompagnata dall’Amaro Blockhaus.
Una chiusura che riporta la serata su un registro più rilassato dopo quattro abbinamenti nei quali la cucina ha continuamente cambiato direzione.

E forse è giusto così, perché il filo conduttore della cena non è stato quello della complessità fine a se stessa, ma della curiosità.
Il vino sulla pizza non è più una provocazione
Alla fine rimane una considerazione: per anni abbiamo discusso se sulla pizza fosse meglio bere birra o vino, quasi fosse necessario assegnare a uno dei due il diritto esclusivo di accompagnarla.
Oggi quella domanda appare decisamente meno interessante. La vera questione è un’altra: quale vino con quale pizza?
Quando l’impasto diventa materia gastronomica, i topping lavorano su acidità, sapidità, grassezza, aromaticità e consistenze e il pizzaiolo costruisce il piatto pensando già al bicchiere, il vino smette definitivamente di essere un’alternativa alla birra ma diventa un ingrediente invisibile del percorso.

È ciò che Manuel Maiorano ha provato a fare a Firenze, attraverso un percorso costruito insieme al sommelier Giacomo Tognarini, che ha partecipato alla scelta degli abbinamenti contribuendo a creare il dialogo tra ogni pizza e il rispettivo calice.
I vini di Cantine Spinelli hanno così consentito di raccontare questo incontro passando dalla verticalità del Pecorino alla versatilità del Trebbiano, dalla personalità del Cerasuolo fino alla lettura contemporanea del Montepulciano proposta da Zurle.
Fuori, intanto, Firenze continuava a bagnarsi sotto la pioggia. La terrazza avrebbe certamente regalato un’altra scenografia, ma forse la serata ha finito per raccontare qualcosa di più interessante del panorama.
Che pizza e vino non hanno più bisogno di essere presentati. Hanno bisogno, semplicemente, di essere pensati insieme.
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