Nel cuore di San Frediano, tra le atmosfere contemporanee e l’anima autentica di Guné, la Valle d’Aosta ha trovato una voce elegante e profondamente identitaria.
Il pranzo stampa organizzato da Grosjean a Firenze non è stato soltanto una degustazione guidata, ma un vero viaggio dentro una delle realtà vitivinicole più rappresentative dell’arco alpino italiano.
Un incontro costruito attorno al dialogo tra vino e gastronomia, ma soprattutto attorno al racconto di un territorio estremo, fragile e sorprendentemente moderno.

La Valle d’Aosta raccontata da chi la vive
A guidare il pranzo è stato Hervé Grosjean, terza generazione della famiglia, capace di trasformare ogni calice in un frammento di storia valdostana. Le sue parole hanno restituito immediatamente il senso della viticoltura alpina: una viticoltura fatta di pendenze, altitudini e microclimi che non assomigliano a nessun altro territorio italiano.
La Valle d’Aosta rappresenta appena lo 0,14% della produzione viticola nazionale, eppure custodisce una biodiversità straordinaria. I vigneti si arrampicano tra i 300 e i 1200 metri di altitudine, in un contesto montano caratterizzato da forte ventilazione, scarsissime precipitazioni e terreni di origine glaciale.
Un ambiente che, come ha spiegato Grosjean, permette una viticoltura naturalmente sana, dove la pressione delle malattie è molto più contenuta rispetto ad altre zone italiane.

Nel racconto della famiglia emerge anche la storia di una viticoltura che ha rischiato di scomparire. Dopo il secondo dopoguerra, infatti, la Valle d’Aosta aveva visto crollare drasticamente la superficie vitata.
Fu proprio il nonno Delfino Grosjean, negli anni Sessanta, a credere nuovamente nella possibilità di vivere di vino in montagna, iniziando a impiantare Pinot Noir, Gamay e successivamente Petite Arvine.
Oggi l’azienda produce circa 200.000 bottiglie, esportate in oltre quaranta Paesi, mantenendo però un fortissimo legame con il territorio valdostano e con una filosofia familiare che continua a essere il cuore del progetto.

Il benvenuto: Montmary Rosé Metodo Classico Extra Brut
Il pranzo si è aperto con il Montmary Rosé Metodo Classico Extra Brut, elegante interpretazione alpina delle bollicine di montagna. Un assemblaggio di Pinot Noir e Chardonnay che riprende il nome del Monte Mary, cima che domina i vigneti aziendali.
Nel calice il vino mostra subito precisione e verticalità: piccoli frutti rossi, agrumi delicati e una mineralità sottile accompagnano una beva tesa e raffinata.

La freschezza naturale della montagna diventa qui elemento centrale, sostenuta da un dosaggio contenuto che lascia emergere nitidamente il carattere del territorio.
L’abbinamento con gli amuse-bouche iniziali di Guné ha funzionato con grande equilibrio, preparando il palato a una degustazione costruita con attenzione crescente.

Petite Arvine Vigna Rovettaz 2025: il bianco simbolo della Valle d’Aosta
Il primo piatto del menu, una ricciola fiammata e glassata con carota baby e infuso di camomilla, è stato accompagnato dalla Petite Arvine Vigna Rovettaz 2025 Valle d’Aoste DOC.
Il Petite Arvine è probabilmente il vino che oggi identifica maggiormente la rinascita qualitativa valdostana.
Hervé Grosjean l’ha definita senza esitazioni “la varietà più bella che abbiamo la fortuna di vinificare”, sottolineandone la straordinaria capacità di mantenere acidità, freschezza ed equilibrio anche in un contesto climatico sempre più caldo.

Nel bicchiere il vino esprime immediatamente il suo carattere alpino: profumi floreali intensi, richiami agrumati ed esotici, una componente sapida molto precisa e una struttura sorprendentemente ampia. La piccola percentuale di affinamento in legno dona rotondità senza mai sovrastare la tensione minerale.
L’abbinamento con la ricciola ha valorizzato la doppia anima del vino: delicata nei profumi ma incisiva nella progressione gustativa.

Chardonnay Le Vin de Michel 2024: profondità e finezza
Con il risotto mantecato alla clorofilla di alghe, gambero marinato e rugiada di bergamotto è arrivato uno dei vini più interessanti della degustazione: lo Chardonnay Le Vin de Michel 2024.
Questo progetto nasce dalla volontà di interpretare lo Chardonnay in chiave valdostana ma con una sensibilità quasi borgognona. Il vino fermenta e affina in legni particolari lavorati a vapore, capaci di conferire complessità senza cedere note invasive di tostatura.

Il risultato è uno Chardonnay raffinato, ampio e stratificato. Al naso emergono note di frutta matura, erbe alpine e una componente burrosa molto elegante. In bocca colpisce l’equilibrio tra materia e freschezza, con una persistenza lunga e cremosa che accompagna perfettamente la componente marina del piatto.
È uno dei vini che meglio raccontano l’evoluzione stilistica dell’azienda: precisione, pulizia e ricerca dell’eleganza senza perdere autenticità territoriale.

Pinot Noir Vigne Tzeriat 2023: la montagna incontra la finezza
Il cuore della degustazione è arrivato con il Pinot Noir Vigne Tzeriat 2023, servito in abbinamento al bottone bicolore ripieno di cinghiale, ciliegia marinata e anguria croccante.
Qui emerge tutta la sensibilità di Grosjean verso il Pinot Noir, varietà storica per l’azienda fin dagli anni Sessanta. Il vigneto Tzeriat si trova tra gli 850 e i 900 metri di altitudine, in una posizione molto particolare che beneficia di una minore esposizione solare nelle ore più calde della giornata, preservando acidità e delicatezza aromatica.

La vinificazione prevede una parte di grappolo intero e un affinamento in tonneaux che punta a esaltare il frutto più che il legno. Il risultato è un Pinot Noir di montagna autentico e raffinato: piccoli frutti rossi, erbe officinali, spezie leggere e una trama tannica finissima.
L’abbinamento con il cinghiale ha creato un contrasto affascinante tra la tensione elegante del vino e la profondità gustativa del piatto.

Fumin Vigna Rovettaz 2023: l’anima più autentica della Valle d’Aosta
Con il filetto di manzo, pesca e riduzione di Chianti, Grosjean ha scelto di presentare il Fumin Vigna Rovettaz 2023, probabilmente il vino più identitario dell’intera degustazione.
Il Fumin è uno storico vitigno autoctono valdostano, tradizionalmente utilizzato per dare colore e struttura ai blend locali. Oggi viene valorizzato in purezza e mostra un volto sorprendentemente contemporaneo.
Nel calice emerge un rosso intenso, profondo, con note di frutti scuri, erbe alpine, pepe e leggere sfumature affumicate. Il sorso è energico ma elegante, sostenuto da tannini vivi e da una freschezza che allunga continuamente la beva.

Hervé Grosjean ha raccontato come il cambiamento climatico abbia modificato profondamente la maturazione di questo vitigno, consentendo oggi di raggiungere maturità fenoliche impensabili fino a vent’anni fa.
Ed è forse proprio qui che si percepisce la nuova identità del vino valdostano contemporaneo: vini di montagna che non rinunciano più alla maturità, ma che mantengono una freschezza impossibile da replicare altrove.

Flétry au Vent: il finale dolce della montagna
A chiudere il pranzo, insieme all’éclair con nocciola, cioccolato e arancia, è stato il Flétry au Vent, vino da uve stramature costruito come un delicato equilibrio tra concentrazione zuccherina e acidità alpina.
Le uve vengono raccolte precocemente e lasciate appassire naturalmente in cassette, mantenendo tensione acida e precisione aromatica. Il risultato è un vino dolce mai pesante, giocato più sull’equilibrio che sulla potenza.

Nel bicchiere emergono agrumi canditi, miele di montagna, erbe officinali e spezie dolci, con una chiusura fresca che evita qualsiasi sensazione stucchevole.
Una nuova idea di viticoltura alpina
Oltre ai vini, ciò che ha colpito maggiormente durante il pranzo stampa è stata la lucidità con cui Grosjean affronta il tema della sostenibilità e del futuro della viticoltura di montagna.

La famiglia ha scelto recentemente di abbandonare la certificazione biologica pur continuando a lavorare secondo principi sostenibili molto rigorosi.
Una decisione che nasce dalla volontà di concentrarsi sulla concretezza più che sulla comunicazione: energie rinnovabili, recupero delle acque di scioglimento, gestione responsabile dei vigneti e interventi minimi in campagna.
È una visione pragmatica e profondamente coerente con l’identità valdostana: meno slogan, più sostanza.

Il valore del racconto
Il pranzo da Guné ha confermato quanto il vino valdostano stia vivendo una fase di straordinaria maturità espressiva. Grosjean rappresenta perfettamente questa evoluzione: un’azienda capace di custodire memoria e tradizione, ma anche di interpretare la montagna con linguaggio moderno e internazionale.
In un panorama enologico spesso dominato da territori più grandi e mediaticamente forti, la Valle d’Aosta continua a distinguersi per autenticità, precisione e identità.

E degustare questi vini nel contesto intimo e curato di Guné, nel cuore di Firenze, ha reso ancora più evidente quanto la viticoltura di montagna italiana abbia oggi molto da raccontare.
Una degustazione che non si è limitata a mostrare vini eccellenti, ma che ha saputo trasmettere il senso profondo di un territorio unico, sospeso tra rocce, neve, vento e cultura alpina.
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